23 ottobre 2017

Alessandro Zardetto, fotoreportage sul terremoto

"Giugno 2009. Piove. L’estate sull’Appennino deve ancora arrivare. Sono passati due mesi dalla scossa che ha raso al suolo l’Aquila e la sua provincia. Era il 6 aprile 2009. Le 3:32 del mattino. Pochi secondi, infiniti. Morti. Distruzione. Un attimo rispetto alla mole di ore, giorni, secoli che gli abruzzesi hanno trascorso in quelle case, in quelle strade, in quelle chiese. Santa Rufina. Roio Piano. Monteluco. Piànola. Fossa. San Demetrio né Vestini. Sant’Eusanio Forconese. Poggio Picenze. Onna. Borghi fino ad allora sconosciuti a molti. Poi tristemente noti a tutti. Rimasti come il terremoto li ha rimodellati, a propria immagine e somiglianza. Solo macerie, paesaggi immobili, cristallizzati. Il tempo è fermo come nelle fotografie. Lungo i tornanti di montagna si incontrano solo i mezzi pesanti dell’Esercito, della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco. Chi fa il consueto giro di ricognizione, chi trasporta scorte alimentari, chi controlla che tutto vada bene. Il grigio del cielo richiama l’atmosfera che si respira. C’è silenzio. L’inquietudine accompagna ogni passo tra le rovine. Lo scenario è desolante. Gli ingressi dei paesi sono delimitati dalle transenne, una lunga fila d’acciaio concatenata che non permette di entrare. Oltre comincia quella che gli addetti ai lavori chiamano “zona rossa”. È l’area dove le case sono state completamente evacuate. È l’area pericolante dove può accedere solo chi ne è autorizzato. È quello che rimane di un intero paese devastato dal risveglio della Terra. Lì dentro oggi vivono solo i gatti. Sembra uno scenario post bellico. Portoni divelti, automobili sepolte dalle pietre e da pezzi di cornicioni. Schiacciate sotto il peso. Pali della luce spezzati come bastoni, cavi elettrici strappati e sospesi a pochi centimetri dal suolo. Molte abitazioni hanno intere pareti crollate, sbriciolate a terra. Spogliate di tetti e di balconi. Gli interni degli edifici si vedono dalla strada, come se la scossa avesse voluto violare l’intimità di ognuno. Tavole ancora imbandite dalla sera del sisma con sopra piatti, bicchieri intatti, vasi con i fiori, credenze piene di oggetti di una vita, vecchie foto in bianco e nero appese. Di alcune case, come per miracolo, rimangono in piedi i piani superiori mentre la parte inferiore è un cumulo di detriti. I pavimenti si aggrappano con forza ai muri portanti. Danno l’impressione di non farcela, di dover cedere da un momento all’altro. Le crepe squarciano i ricordi, annientano i trascorsi. Dopo il 6 aprile i paesi sembrano aver perso la propria identità, la caratteristica che distingue un luogo da un altro. Chi presta servizio da queste parti è convinto che la ricostruzione non si farà. Forse, chissà, si edificherà da zero in qualche altra zona da stabilire. Eppure tra le anonime montagne di macerie tornano alla luce particolari significativi, inconfondibili. Dettagli sopravvissuti alla forza distruttrice del terremoto. Singoli oggetti che permettono all’occhio del visitatore di poter immaginare chi abbia abitato una o l’altra casa, chi sia quella gente che oggi è spogliata di tutto. Un crocifisso appeso all’unica parete ancora intatta, una bicicletta di un bimbo che sbuca tra le rovine. Illesa. Come appoggiata. Canestri in vimini affissi allo stesso chiodo da anni. E ancora librerie, scaffali. Fino agli utensili più comuni come un paio di forbici. In molti casi sono le uniche testimonianze di luoghi che rischiano di essere dimenticati per sempre, abbattuti dalle ruspe.Poco lontano dalle zone rosse la vita va avanti. Le tendopoli ospitano molti degli sfollati, gente di tutte le età. Con i volontari della Protezione Civile sono nate delle amicizie, forse anche degli amori. La tragedia ha spinto le persone a unirsi, a stringersi in una sola grande comunità. Il ruolo dei soccorritori e dei soccorsi si confonde. In uno spicchio incastonato tra le montagne l’Italia intera mostra ancora una volta la sua grande solidarietà. A Santa Rufina i volontari arrivano da Verona. Per molti di loro è la prima volta in Abruzzo. La giudicano un’esperienza unica, cha va oltre il dramma. Che regala momenti di svago, sorrisi e fatica. Paura per le continue scosse di assestamento. Ma anche tanta umanità. Nelle tendopoli tutto deve sembrare come nella norma. Il tempo è scandito dalle abitudini dei locali. La colazione, il pranzo, la cena. La messa. La passeggiata per andare a far visita alle tende vicine. La partita a carte. Per le giovani ragazze è stato organizzato anche un il concorso di Miss Tendopoli. Molte le coppie di anziani che non hanno voluto allontanarsi da quella che, seppur in frantumi, rimarrà sempre la loro casa. Hanno rifiutato una stanza d’albergo sulla costa Adriatica, un’abitazione più confortevole in altri paesi della provincia risparmiati dal sisma. Preferiscono soffrire le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Preferiscono vivere sotto una tenda piuttosto che abbandonare la terra dove hanno passato ogni giorno della loro vita. Hanno gli occhi lucidi. Sono scettici, provati. Ma parlando con ognuno si avverte che in fondo vive la speranza di poter un giorno oltrepassare le transenne per riprendersi quelle quattro mura. Due forze contrapposte. Quella bruta, violenta e distruttrice del terremoto che si misura con la tenacia, il coraggio e la voglia di non mollare, di non perdere mai il sorriso e resistere nel modo che contraddistingue da sempre il carattere della gente d’Abruzzo. Quella stessa gente e quello stesso carattere di cui tanto amava parlare Benedetto Croce. Così nel passato. Così per il presente. Così anche per il futuro".                                                                Alessandro Zardetto    

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