21 ottobre 2017

Diotallevi, il sindaco di Fiumicino e la maxi tangente

Diotallevi, il sindaco di Fiumicino e la maxi tangente

Le cimici del Ros intercettano le conversazioni di Ernesto Diotallevi, il “boss dei boss”  e rivelano la strategia della banda non solo nei confronti della Capitale. Anche Fiumicino è terra di conquista, in particolare alla vigilia delle elezioni del 2013, quando Diotallevi “punta” su Mauro Gonnelli, candidato del centrodestra e incarica il figlio Mario di avvicinarlo: “A noi ce interessa che questo qua diventa sindaco. Se ce diventa, sai come piottamo (arricchiamo ndr.)? Fallo diventà sindaco e compramo quella proprietà là. E sai che ce famo? Un grattacielo. C’è da arricchisse”, dice Diotallevi al figlio secondo le rivelazioni del quotidiano La Repubblica. 

Le carte dell’inchiesta parlano poi di una misteriosa tangente da 650 mila euro che sarebbe andata ad un onorevole, sempre per pilotare le elezioni del Comune di Fiumicino. Chi sarà mai questo deputato che aveva la capacità di condizionare la tornata elettorale? 

Mauro Gonnelli con una nota ha replicato ieri, agli articoli di Repubblica, Corriere della Sera e altri network, in questo modo: “Ho appreso dai giornali che tra le centinaia di nomi menzionati nell’affare romano figura anche il mio. In tutta questa vicenda emergono però solo quattro dati oggettivi. Primo: non sono indagato, significa evidentemente che non c’è nulla. Secondo: si parla di 650mila euro per intervenire sulle elezioni di Fiumicino destinati a un onorevole. E io per mia fortuna onorevole non lo sono mai stato. Terzo: io quelle elezioni le ho perse e in maniera ‘matematicamente curiosa’ come sostiene il quotidiano La Repubblica. Quarto: a me le elezioni non le ha pagate nessuno e nelle intercettazioni si parla di ‘avvicinarmi’, significa dunque che di rapporti con quella gente non ne avevo. Che in tutta questa storia, ci sia qualcosa che non torni quindi, purtroppo è fin troppo evidente”. 

Pubblichiamo l’articolo di ieri di Repubblica, scritto da Carlo Bonini: 

“Nel Mondo di Mezzo di cui è il riconosciuto Signore, Massimo Carminati ha la sua ombra. Un uomo classe ’44, un “Kaiser Soze” di 70 anni già anello di congiunzione tra la Banda della Magliana e Cosa Nostra, di cui è plenipotenziario a Roma. Immune all’usura del tempo e alla giustizia penale da sempre, che di sé dice “sò il boss dei boss”, e al cui cospetto la città si genuflette o trema: Ernesto Diotallevi.

Ed è catturando le sue confidenze, i suoi ordini, che le cimici del Ros dei carabinieri tirano un altro significativo filo di questa storia. Che porta di nuovo allo studio legale incaricato di sigillare i silenzi di Riccardo Mancini e i segreti della maxi-tangente da 650mila euro destinata a un misterioso onorevole, alle elezioni per il sindaco di Fiumicino, che, come Roma, doveva diventare Cosa Loro, a una centrale dell’intossicazione e dossieraggio. Con ordine, dunque.

L’AVVOCATO DI MANCINI
Diotallevi ha battezzato un avvocato che è, insieme, punto di riferimento di Massimo Carminati, Michele Senese (plenipotenziario della Camorra a Roma), Riccardo Mancini (protesi e tasca di Alemanno), Giovanni “Giovannone” De Carlo, astro nascente su cui Diotallevi scommette per la sua successione, e Fabrizio Testa, “facilitatore” di Carminati con la pubblica amministrazione. E quell’avvocato è proprio quel Pierpaolo Dell’Anno il cui studio di via Nicotera diventa la cabina di regia di silenzi e dissimulazione quando Mancini viene arrestato e il segreto della maxi-tangente Breda sembra dover crollare.
Dell’Anno è a tal punto in balia di Diotallevi che, conversando con De Carlo, la definizione è lapidaria: “L’abbiamo inventato noi. Perché non contava un cazzo”. Ora, al contrario, quel “ragazzo” figlio dell’ex consigliere di Cassazione Paolino Dell’Anno (“devoto” di Claudio Vitalone e già nel collegio del giudice ammazzasentenze Corrado Carnevale) conta. E dunque, deve fare quello che gli viene ordinato.

Da Diotallevi, da Carminati, da Senese, da De Carlo. “Sta sotto la cappella”, soprattutto “di Michele” (Senese ndr.), chiosa Diotallevi conversando con i figli Leonardo e Mario, che – come documentano alcune foto contenute in un anonimo agli atti dell’inchiesta – crescono alla scuola del padre. Annodando relazioni con un tipo come Stefano Ricucci o la trentaduenne deputata e avvocato di Forza Italia Annagrazia Calabria, già coordinatrice nel Lazio di “Azzurro donna”.

Ebbene, Diotallevi, come del resto anche Giovanni De Carlo sembrano molto interessati a quali mosse siano necessarie con l’arresto di Mancini. Al punto che il vecchio boss scommette: “Vedrai che ora Giovanni (De Carlo ndr.) gli dirà di mollarlo”, di abbandonarne la difesa e “de mannà affanculo anche Massimo (Carminati ndr.)”. Perché? Le intercettazioni non offrono una risposta. Ma in qualche modo si conferma che nella partita della corruzione politica entrino anche Diotallevi, De Carlo, Senese. Le “altre Mafie”. Che nel domino dei tre Mondi davvero tutto si mischi.

CANDIDATO DI MALAVITA
Non fosse altro perché le opportunità sono molte. Come la conquista del comune di Fiumicino, “Il Porto di Roma”, 81mila anime, dove, nella primavera 2013, si sfidano il candidato del Pd Esterino Montino (già vice di Marrazzo in Regione e quindi capogruppo negli anni della Polverini e di Fiorito) e quello Pdl Mauro Gonnelli, l’uomo su cui scommette Diotallevi: “A noi ce interessa che questo qua diventa sindaco. Se ce diventa, sai come piottamo (corriamo ndr.)? Fallo diventà sindaco e compramo quella proprietà là. E sai che ce famo? Un grattacielo. C’è da arricchisse”.

Per agganciare e “battezzare” Gonnelli, Ernesto Diotallevi muove un maresciallo capo della Finanza a Fiumicino, Giuseppe Volpe, un tipo che dice essere “a disposizione”. E per ammaestrarlo si affida al figlio Mario, cui spiega il contegno da tenere con “il candidato”: “Nun essè acido. Anche perché quello (Gonnelli ndr.) è un mitomane, impiastrato dè malavita “. Mario concorda: “È talmente impiastrato dè malavita che te sei la divinità per questo”.

La campagna elettorale di Gonnelli ha in cima all’agenda la “lotta alla criminalità” e “la sicurezza dei cittadini” con la promessa di “installare telecamere per la sorveglianza nei 13 centri urbani che formano il Comune di Fiumicino”. E sembra destinata a un trionfo. Anche perché, dopo il primo turno, il vantaggio su Esterino Montino è di 3.600 voti, l’11%. Poi, al ballottaggio, accade evidentemente qualcosa, che ha qualcosa di matematicamente curioso. Gonnelli perde 2.500 voti. Montino ne guadagna 2.200. Montino è sindaco.

LA P3, I “CAMILLIANI” E I DOSSIER
Per la verità, non è il solo Gonnelli a essere rapito dal fascino di Diotallevi. Il vecchio boss, conversando con il figlio, sostiene di avere in mano tale “Paolo”, “un colonnello della Finanza”  in carico ai Servizi, “in procinto di passare alla Sicurezza Vaticana”. In realtà – come accerta il Ros – si tratta di Paolo Oliverio. Un tipo che di mestiere fa il commercialista, traffica con l’ordine dei Camilliani, e che ha come clienti, tra gli altri, uomini della P3 e che verrà arrestato dalla Finanza nel gennaio scorso. Mettendogli le manette, il Gico scoprirà che custodisce un archivio capace di “esercitare un forte condizionamento della pubblica amministrazione attraverso ricatti, dossieraggio e finanziamento illecito della politica, grazie alla partecipazione nelle attività criminali di esponenti dell’Ndrangheta, della Banda della Magliana, di logge coperte e autorevoli prelati”. Ancora una volta, il Mondo di Mezzo, appunto”.

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