18 ottobre 2017

Ennio, uno di noi

Arrivo da Mastino insieme a Marina Pallotta e Giovanni Bandiera. Ci sediamo ad un tavolo, il camino è acceso, la sala sembra un palcoscenico di un teatro, evoca continui ricordi, personaggi, storie. Maurizio, mentre parla, indica con la mano un angolo, un frammento di quello spazio, è come se rivivesse ogni volta la scena che racconta e noi con lui. Parla volentieri di Flaiano, si sente che “Ennio” ce l’ha ancora nel cuore.

Che pensi di questa iniziativa della biblioteca Gino Pallotta, ricordare anche a Fregene Flaiano nel centenario della sua nascita?

Mi domandavo proprio come mai su un personaggio di fama mondiale come Ennio Flaiano non fosse stato preso in considerazione anche qui, dove ha vissuto a lungo.

Ricordi il primo giorno in cui lo hai visto?

Ero piccolissimo, potevo avere tre, quattro anni. Come arrivava da Roma prendeva in braccio me e mio fratello e ci sollevava. Era molto affettuoso. Addirittura a volte ci regalava qualche soldino. Per noi, a parte la felicità di ricevere i soldi, era proprio il piacere di vederlo perché era una persona adorabile. Se ci rifletto adesso, che sono adulto, mi rendo conto quanto ci volesse bene.

Diamo dei riferimenti temporali. Tu sei del 1947, dunque lo hai incontrato nei primi ani Cinquanta?

Era il 1950-51. Lui arrivava da Roma. Noi giocavamo sulla spiaggia, di fronte al ristorante, o per strada. Dovete pensare che in quegli anni non c’era il via vai di macchine come oggi, c’erano pochissime case o meglio, capanne di pescatori, per noi bambini non c’erano pericoli. Come lo vedevamo arrivare, gli correvamo incontro. Lui ci prendeva in braccio, ci portava a spasso per qualche centinaia di metri, stava un po’ con noi bambini. Era innamorato del Villaggio. Ancora non avevamo il locale ma lui già conosceva papà, erano amici. Lui aveva la figlia con un grave handicap e vedeva in noi gente che la proteggeva in un ambiente famigliare senza stress. O forse il suo era un amore senza un perché.

Aveva una casa in via Iesolo.

Mi ricordo che l’aveva già. Si chiamava “le quattro ville” c’era una stradina sterrata, piena di alghe di mare, quelle che noi chiamavamo le pallacucche, palle di alghe arrotolate.

Dunque lui veniva nella villetta anche d’inverno e cominciò a frequentare la tua famiglia.

Precisiamo che non era una villa ma era una casa, modesta, carina, ma una casetta.

Aveva conosciuto papà e aveva legato subito con lui, con mia madre. Ci vedeva come una famiglia e lui ne faceva parte. Veniva a pescare con noi, stavamo insieme in spiaggia. Quando la donna che aiutava ad accudire la figlia non c’era, portava lui la figlia Lelè in spiaggia a fare il bagno. La teneva in acqua almeno un paio d’ore per farla nuotare, per farle fare i movimenti e noi stavamo accanto a lui.

Era una persona molto semplice. Parlava con l’artigiano, il muratore…

Si trovava meglio, forse più con questo tipo di gente che con gli intellettuali. Tutta questa gente che dice di essere stata amica di Flaiano, ne ho vista poca in verità. Tanti lo salutavano, ma amici veri ne aveva pochi. Uno era Enrico Vaime, poi Terzoli e Marchesi erano i più vicini a lui. Avevano un grande rapporto, sia come amicizia e sia come divertimento, perché si divertivano da morire, insieme ridevano come pazzi. Si raccontavano le storielle, scrivevano, facevano i disegnini sui tovaglioli di carta. E lavoravano, scrivevano sceneggiature. Flaiano non partecipava alle sceneggiature, ma alle risate sempre.

Avevano un tavolino particolare?

Si sedevano sempre in quel tavolino accanto al muro (ne indica uno all’aperto sotto la tettoia). Diciamo che quello era un tavolo storico, perché si accomodavano anche altri sceneggiatori come Solinas, Gillo Pontecorvo, Costa Gravas, e tanti altri.

Fellini partecipava?

C’erano un po’ tutti allora. Non saprei dire chi non c’era. Il Villaggio dei Pescatori era frequentato da tutto il cinema di quegli anni. Orson Welles, Joseph Losey, Costa Gravas, poi Nanni Loy, Lina Wertmuller, Gian Maria Volontè, Florinda Bolkan, Luchino Visconti, Romolo Valli.

Flaiano con la sua famiglia veniva spesso?

Sì, aveva un tavolo sotto a una finestra vicino all’ingresso. Lelè entrava da sola (perché riusciva a camminare per 20 metri senza aiuto) e si sedeva al tavolo. Finito il pranzo il papà le dava un cucchiaino di caffè dalla sua tazzina e lei era felice di quel piccolo rito.

Ricordi qualche altro episodio?

Gli sfottò a vari personaggi che si credevano grandi intellettuali, Ennio li smitizzava. Solo quando era con noi, però, mai con gli altri. Un giorno gli ho messo un tavolo proprio sulla spiaggia, eravamo io e lui seduti mangiava mi disse: “ora ti racconto una storiella divertente”. E mi raccontò di un film di cui scrisse la sceneggiatura in tempo record, “Corri uomo corri”, con Tomas Milian. “Hai visto tutti questi caconi, chissà cosa si pensano”, aggiunse. Aveva fatto una scommessa sul fatto che sarebbe stato in grado di scrivere anche un film western. Così fu. Vinse e offrì da bere e festeggiò.

In quel periodo avevate la percezione della grandezza di questo personaggio?

No, per noi era Ennio, un amico, un fumatore di Toscanelli e finiva lì. Sapevamo che faceva film, scriveva, che era conosciuto, ma per noi era solo un amico, uno di casa. A volte qualcuno ci diceva che Flaiano aveva scritto in un libro qualcosa su Filomena, mia madre… Sapevamo che scriveva ma che fosse un personaggio no, assolutamente, non si dava certo delle arie.

Questa casa in cui Flaiano visse molti anni dopo fu acquistata da un tuo parente e ancora oggi è della vostra famiglia.

Sì, fu acquistata da mia sorella. Quando morì Ennio dopo quattro o cinque anni fu messa in vendita, perché la moglie non ce la faceva a mantenerla.

Molti dicono che Flaiano era un introverso…

Forse nei confronti degli altri, ma con noi era una persona dolcissima. Se c’era una cosa da fare la faceva. Veniva a tirare la corda della rete da pesca, la “sciabica”, si massacrava le mani che a lui servivano per scrivere. Ma era contento di farlo perché si sentiva uno di noi.

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