Era fine luglio 2015 quando la pineta di Coccia di Morto andò in fiamme. Proprio così, una buona parte dell’area, uno dei siti più interessanti dal punto di vista naturalistico nel cuore della Riserva Naturale Statale Litorale Romano, fu devastata da un violento incendio.

Centinaia di pini domestici e piante tipiche della macchia mediterranea ridotte in cenere nel giro di poche ore.

Il fumo aveva invaso le piste dell’aeroporto internazionale “Leonardo Da Vinci”, portando enormi disagi e facendo balzare la notizia a livello nazionale.

Tornata la normalità per il sedime aeroportuale quello che rimane di questa brutta storia è la pineta incendiata. Non c’è dubbio: da quel giorno l’atteggiamento del nostro territorio nei confronti della pineta incendiata è cambiato: le immagini del rogo e del fumo hanno smosso le coscienze di noi tutti, avendo un grande impatto emotivo sulle persone.

A distanza di cinque mesi, proviamo a fare il punto della situazione magari ipotizzando quello che andrebbe fatto per il recupero ambientale di quell’ecosistema andato in fumo.

Dobbiamo dire che il fuoco è un fattore ecologico naturale importante nel determinare la struttura e la funzione di molti ecosistemi, come in quello mediterraneo; fattore  importante molto prima di venire usato dagli uomini, che scaturisce in natura da attività vulcaniche, fulmini e autocombustioni.

La capacità infatti di sopravvivenza agli incendi è una caratteristica fondamentale per le piante mediterranee. Queste riescono a evitare tale perturbazione mediante difese specifiche , quali una corteccia resistente alle alte temperature , o la capacità di riprodursi in seguito alla perturbazione stessa. In alcuni organismi infatti il fuoco esalta i processi riproduttivi o rigenerativi. Le specie che sono caratterizzate da questi adattamenti possono essere  adattate ad una pronta rigenerazione  per pollone, oppure ad una rapida rinnovazione in massa da seme.

L’incendio della pineta di Coccia di Morto è stato molto violento: si è verificato sia un incendio di superficie, dove il fuoco ha bruciato rapidamente lo strato arbustivo, quello erbaceo e la lettiera, che un incendio di chioma, dove le fiamme si sono propagate attraverso le chiome dei pini, partendo sempre dalla superficie.

La natura è una macchina perfetta: in casi come questi prevede una eccezionale attività volta a superare gli effetti di un incendio, per tornare in tempi più o meno brevi nella situazione di partenza.

Questo perché i sistemi ambientali tendono in modo ciclico verso situazioni stabili che periodicamente vengono disturbate da eventi: un ecosistema infatti é dinamico.

È anche vero che il recupero di una pineta risulta molto più articolato in quanto si tratta di una formazione artificiale di valore non solo ambientale, ma anche storico e paesaggistico: la natura nei suoi  progetti non può prevedere il recupero di una pineta monumentale artificiale.

In parole molto semplici esiste una vegetazione reale, quella che vedo sul posto in tempo reale che può essere anche di origine artificiale,  come nel caso della pineta appunto; esiste poi la vegetazione potenziale, e cioè quella che ci dovrebbe essere naturalmente in quell’area senza nessun intervento dell’uomo.

Dopo un incendio quello che torna a riproporsi in modo naturale è proprio la vegetazione potenziale, ovvero quella in linea con le caratteristiche climatiche, litomorfologiche e floristiche del luogo, e non di certo la pineta che c’era prima. Quell’area è di base caratterizzata allora da elementi della macchia mediterranea e della lecceta, con il Corbezzolo, l’Erica arborea, il Lentisco, i Cisti,  il Mirto, l’Alaterno, la Fillirea ed altre ancora.

Un incendio come quello della pineta di Coccia di Morto é un evento che ha coinvolto tutte le componenti del sistema ambientale. La percezione del fenomeno é ovviamente legata alla distruzione della componente arborea e arbustiva , ma in realtà tutte le componenti biologiche e fisiche hanno subito alterazioni più o meno profonde.

In occasioni del genere gli animali vengono colpiti principalmente in due modi: con gli effetti diretti durante la combustione vera e propria, e con gli effetti indiretti che risultano dai cambiamenti ambientali.

Quando ci si trova davanti ad un evento del genere è lecito porsi domande in merito alle tecniche e all’obbiettivo stesso dell’intervento di ripristino o di recupero ambientale.

È opportuno prima di tutto parlare di “riqualificazione ambientale”: si tratta di eliminare le cause – quasi mai naturali – che hanno provocato l’incendio.  È fondamentale allora disporre e organizzare uno specifico piano antincendio ed investire sulla vigilanza. La realizzazione di fasce tagliafuoco, così come la gestione colturale della pineta, sono elementi fondamentali.

Per quanto riguarda il restauro ambientale sarebbe opportuno nominare una commissione tecnico-scientifica in grado di dare delle indicazioni e di integrare le valenze e le potenzialità dell’area in termini naturalistici con le valenze culturali, storiche e paesaggistiche.

Fondamentale inoltre sarebbe una mappatura dell’area così da programmare in modo adeguato le operazioni di bonifica e i successivi interventi di ricostituzione. Tra le prime cose da fare, c’è l’abbattimento di tutti gli alberi di pino domestico con chioma completamente incendiata. Lasciare a terra i tronchi di pino domestico tagliato è fondamentale per favorire la ricolonizzazione delle comunità xilofile e di quelle della lettiera.

Sicuramente quello che c’è da fare è la messa a dimora non solo di pini, ma anche di querce e di arbusti tipici della macchia mediterranea. Al termine dell’intervento si avrà così una pineta mista in cui prevale il pino domestico con nuclei di macchia mediterranea.

Tutto questo richiede naturalmente un’analisi e un monitoraggio ambientale accurato, cosi da  intervenire subito nel caso in cui si osservino dinamiche non favorevoli al recupero stesso.

Attuare un recupero ambientale comporta una conoscenza scientifica di ciò che sta accadendo. É importante indagare i caratteri litomorfologici e idrogeologici dell’area, come conoscere la fauna, la flora e la vegetazione. È importante approfondire le ricerche nella ripresa naturale della vegetazione arborea e monitorare e intervenire sulle malattie dei pini.

Il recupero della pineta di Coccia di Morto inoltre può essere seguito con interesse e passione dai cittadini e perché no anche dalle scuole. Potrebbe diventare un laboratorio a cielo aperto dove veder crescere i nuovi impianti nell’area incendiata. I monitoraggi infatti potrebbero portare spunti significativi anche in termini di didattica e di educazione ambientale. Il progetto potrebbe essere così seguito dagli istituti scolastici del Comune di Fiumicino.

Il coinvolgimento della cittadinanza è importante, come amalgamare il sapere tecnico con il sapere locale. Non ha senso pensare di riuscire a proteggere e tutelare le pinete senza migliorare contemporaneamente il tessuto sociale e culturale che le circonda. Magari si potrebbe pensare di intervenire anche sulla pineta integra e dare l’opportunità alle persone di utilizzarla in modo rispettoso e compatibile con la realizzazione di sentieri e aree attrezzate.

Ora non ci resta che rimanere in finestra e aspettare eventuali sviluppi; la pineta di Coccia di Morto, come tutte le pinete del nostro territorio, rappresenta un polmone verde, una difesa ambientale contro il degrado, la cementificazione selvaggia e contro  l’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

 

 

di Riccardo Di Giuseppe – Naturalista, Resp. Oasi WWF Litorale Romano