17 ottobre 2017

La deriva di Castel di Guido

Che da due anni a questa parte ha visto più di una volta in bilico la sua sopravvivenza. Nell’area, gestita dal comune di Roma, da sempre si è praticata la coltivazione biologica di cereali (grano, orzo, farro ecc.) l’allevamento di bovini maremmani e la produzione di carni DOP di vitellone della Maremma. All’interno c’è un moderno caseificio che produce latte bio, ricotta, fior di latte, provolone, ovoline, primo sale, burro, caciotte con spezie e anche miele ed olio.  Bisogna ricordare che Castel di Guido offre testimonianze preistoriche, reperti importantissimi dell’età romana e medievale. Una zona meravigliosa in un territorio sempre più occupato da costruzioni edilizie sul quale in molti vorrebbero mettere le mani. Il primo campanello d’allarme è suonato nella primavera del 2009 quando l’allora vicesindaco capitolino Mauro Cutrufo parlava di un progetto che sarebbe dovuto sorgere su un terreno comunale di Castel Di Guido, che prevedeva il parco a tema della Roma imperiale. “Nell’area ci saranno anche ristoranti – spiegava Cutrufo – e verranno ricreate situazioni e strutture dell’antica Roma, tutte cose che in città non si possono riproporre come la corsa delle bighe. Questo secondo nostri studi porterà 5 milioni di turisti in più dall’estero e 4 milioni dall’Italia”.  Ma dopo le polemiche che scoppiarono inevitabili di questo parco non si è più parlato. A distanza di due anni, lo scorso marzo, il capogruppo Pd alla Regione Lazio Esterino Montino, a margine di un’assemblea pubblica che si è svolta a Fiumicino, ha annunciato l’interesse della famiglia Benetton per Castel di Guido. “Per comprare 2036 ettari hanno offerto 70 milioni di euro – ha detto Montino – hanno in mente di costruirci un parco a tema, in stile Valmontone”.  Sono passati mesi e la situazione sembra peggiorare: “I trattori sono gli stessi di 30  anni fa e le mucche da 140 sono diventate 80 – accusano alcuni dipendenti dell’azienda agricola – si faceva l’ orto, oggi non abbiamo più neanche i soldi per comprare il fermento per il fiordilatte e i mangimi, ogni mese, è una battaglia per la sopravvivenza”. Un’altra storia italiana, un’azienda che ben gestita potrebbe essere un gioiello e che invece sembra abbandonata al suo destino. I lavoratori hanno capito l’antifona: “no alla privatizzazione, sì al rilancio dell’ azienda”, dicono. Qualcuno li ascolterà?

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