18 novembre 2018

Maria Molon: “Quando nel 1935 arrivai a Maccarese”

Molte volte abbiamo sentito la storia di chi è venuto a Maccarese negli anni 20-30 per partecipare alla Bonifica integrale, per poi rimanere a lavorare e ad abitare nei centri agricoli dell’azienda Maccarese. Molte interviste sono state fatte dalla C.R.T. Ecomuseo del Litorale Romano negli anni e alcune si possono vedere all’interno dell’Ecomuseo di Maccarese. Voglio farvi conoscere questa intervista, fatta insieme alla professoressa Giovanna Rotigliano (che è stata una persona straordinaria) e la sua classe, al tempo del Liceo Scientifico di Maccarese. L’intervista a Maria Molon, nata a Teolo (Padova) nel 1932, è in dialetto veneto, nel rispetto delle sue origini.
“Son veniuda nel 1935, a tre anni, con tuta la famja (con il lassapassar per la Bonifica del Governarato di Roma). Gh’era un bordel! Gh’era tuta palude! Gli omini de fagotto al venja si (sei) misi all’anno; ellaoraa e andavan a dormir alla rotonda. Gh’era anca la malaria! Ogni dì venja el camposantar per portarce el chenino. La Nosari che abitava al trentun l’è adiritura morta! Quando son venjuda mi nel ‘35, gherano già i centri 5° – 1° – 2° (fatti negli anni ’20 -‘21), le stalle l’hanno costruite nel ‘28. Gh’era la moletta, dove gh’era il mulin ora ghe sé na casa. Gh’era la casaccia (Casale Vittoria). Dopo la guerra, nella torre di Maccarese gh’erano dentro delle famije, gh’era il casellone dove al dormja le donne… parea un puller!
Tempo libero: gh’era gran poco! Gh’era la sala da bao (ballo), il cinema non ghe s’era. Gh’era un bar, la camera del laoro e la maternità per i puttei (bimbi). Il Pronto Soccorso l’hanno costruì insieme alla cesa (chiesa) nel ‘39.
Casa: g’avevamo tri stanze, nacusina e du camere per dormir. I mobili ce li aveva dati la Maccarese. Il bagno non ghe s’era! Ce se netava nei fossi! Se tenja tutto in casa: patate, bici…
Lavoro: Mì lavorao in campagna, come tutti! G’avevamo gli stessi orari degli omini. La vigna, la Maccarese l’ha piantata nel ‘64, prima era dei mezzadri. L’uva veniva messa nelle vasche e poi portada alla cantina della stazion. Ad ogni famja ghe davano mezo litro per lì omini e un quarto per le donne. La Maccarese dava anche il pan e il latte. Le risaie le stava all’11° – 12° – 25° e anche in via delle Pagliete. I campi g’avevano ognuno un nome: Boccaleon, del Ponte Alto, campo Eucaliptus. Non ghes’erano tanti trattor, gh’erano due o tre fos. Non ce dava tanti schei! (soldi). Fino a 16 anni ce dava la paga da puttei, fino ai 18 ce dava ¾. Prima ce pagaa in quindicine, poi a mesate. Eravamo in regola sin da bambini.
Scuola: Mi gò fatto fino alla terza elementare. In tempo de guera nelle scuole gh’erano i Tedescon!
Divertimenti: Se ballaa sulla concimaia dopo che l’avevamo nettata. Se fasea le festicciole nelle famiglie e le scampagnate in fondo all’argine “del Neron”.
Cucina: minestra, non ghe s’era pastasciutta. La carne se la dava na volta alla settimana, del pursell (maiale) se magnaa tutto, se buttaa solo unge e pelo! Col pursell se fasea l’osso collo (lonza), pancetta, cudeghin, l’onto (strutto).
Se magnaa persino il sangue!”.
Mi sento infine di ringraziare Maria per averci dato questo straordinario racconto, utile anche alle nuove generazioni.

di Giovanni Zorzi / Ecomuseo del litorale romano

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