Mentre a Fregene i venti da levante spazzano la sabbia formando disegni che ne seguono la direzione e si formano leggere orme di piedi umani seguite da disordinate orme di cane eccitato nella sua corsa libera, in Sud Africa, precisamente a Langebaan, sta per iniziare il campionato mondiale IFCA (International Funboard Class Association). La squadra italiana è schierata con Alessandra Sensini, nella categoria femminile, Pietro Pacitto, Alessandro Comerlati, Henry Negri, nella open, e Claudio Barbuzza nella categoria master.

I giorni di prova hanno dato modo di testare a fondo la qualità delle prestazioni delle tavole da windsurf; io sto utilizzando due tavole Drops, una 270 e una 260, che sono risultate poco veloci nelle andature di bolina con vento medio. La 270, che non ho avuto modo di provare prima dell’evento, ha poco angolo di bolina ed è molto veloce al traverso e al lasco, ma non nei bordi ‘up wind’ (verso il vento). Sono alquanto disperato sapendo già che non posso essere competitivo, ma ho visto una scuola di windsurf poco più in là, forse hanno delle tavole migliori delle mie da poter provare. Mi reco sul posto dove un gentile ragazzetto di colore mi mostra il parco tavole: c’è una F2 Sputnik che sembra avere le caratteristiche adatte e chiedo di affittarla per una prova. Dopo un paio di orette in acqua, tra un aggiustamento e l’altro di strap e pinne, riesco finalmente a trovare un assetto decente che mi permetterà almeno di avere maggiori possibilità di essere veloce in bolina. È nettamente più pesante delle mie due Drops essendo una tavola di serie, ma stringe bene il vento avendo dei bei bordi affilati. Ok, decido di affittarla per tutto il campionato, farò le regate race con la F2 Sputnik 270. Provandola con la vela 7.8 Art Blade sembra che possa andare bene, quindi ci dirigiamo verso il campo di regata; la boa gialla si intravede appena a circa ottocento metri dalla barca giuria, incrociamo le rotte più volte prima di allinearci per una partenza lanciata. Poco prima del via mi infilo in mezzo ad uno spazio libero e proprio quando suona la sirena della partenza riesco a prendere velocità facendo una discreta partenza; sono tra i primi 5 concorrenti del gruppo, tenendo testa fino al giro di boa di bolina dove strambo in quarta posizione. Così taglio la linea di arrivo, gridando, in quarta posizione, felice di sapere che sono lì con i primi.
Il primo giorno si disputano due prove e la seconda finisco quinto per colpa di un paio di errori in virata e della scelta di un lato sbagliato, ma sono contento lo stesso, nonostante tutto sono stabilmente in classifica dopo due regate al quarto posto. Alessandra fa un terzo e un secondo, Pietro si difende bene con un secondo e un terzo; Alessandro e Henry sono rispettivamente 4° e 5°.
La sera facciamo un meeting con tutta la squadra: De Pedro, (Luca De Pedrini) in veste di allenatore di Alessandra, ci dà qualche consiglio nelle partenze fondamentale per raggiungere un buon risultato finale. I giorni seguenti le condizioni sono più o meno le stesse e uso alternativamente la 7.8 e la 6.8 Art Blade. L’ultimo giorno del course race partiamo presto al mattino, la partenza è prevista alle 10; esco per un bordo di prova con la 7.8, ma appena uscito da una zona protetta al vento, la tavola di impenna e cado malamente sbattendo con la fronte sul boma; una piccola ferita mi fa uscire il sangue. Torno a terra per cambiare la vela passando alla 6.8, ma appena fuori mi rendo conto che il vento è aumentato ulteriormente; ritorno nuovamente a terra e cambio nuovamente vela. Monto una 5.5 Hot Sail, nuova di pacca comprata da Pacittone, insieme alla tavola 260 con una pinna 30 cm. sarà perfetta, almeno lo spero.
Infatti sembra andare decisamente meglio; riesco a controllare le raffiche oltre i 30 nodi e nel campo di regata sono poche le tavole che sfilano prima della partenza, una metà dei concorrenti sembra essersi già ritirata. La partenza è verso la boa di bolina, ma non riesco a vederla in mezzo alle onde e agli spruzzi d’acqua nebulizzata sotto le forti raffiche di vento; le onde si sono alzate ulteriormente impedendomi di avere una buona visuale del campo. Dopo un paio di virate riesco finalmente a vedere la boa di bolina e sono in buona posizione, almeno credo; è sempre difficile valutare quando siamo concentrati nel non commettere sbagli sia nelle virate che nel prendere il bordo buono. Finalmente raggiungo la boa numero 1 sopravvento, la giro e comincio il bordo di lasco a palla di fuoco, facendo molta attenzione a controllare la tavola che scende a 30 nodi dalle onde che mi portano alla boa successiva; i piedi dentro le strap tengono la direzione controllando la velocità. Gli spruzzi in faccia a volte mi costringono a chiuderli per un secondo; il primo giro è quasi fatto, una strambata controllata nella boa due e tre per poi riprendere la rotta verso la boa sopravvento. Intanto il vento ruggisce letteralmente arrivando con raffiche di 35 nodi, il mio assetto di regata sembra abbastanza buono, le braccia fanno male, le mani stringono il boma serrate, il cordino del trapezio è teso, rimango in controllo fino all’ultima boa di bolina che passo scendendo a velocità supersonica. Gli spruzzi negli occhi, i piedi ben dentro le strap controllano a fatica la planata sulle onde di tre metri che mi portano verso la linea di arrivo quando, improvvisamente, una raffica più forte del solito mi solleva letteralmente dall’acqua facendomi fare una capovolta e volando in aria rimango attaccato al trapezio. Vengo sollevato in aria e poi sbattuto di schiena sulla superficie dell’acqua; rimango per un attimo senza fiato, devo rialzarmi al più presto, cerco di rifiatare. Con le ultime energie rimaste sistemo la tavola e la vela il modo di partire dall’acqua; ecco ci sono, sono di nuovo sopra la tavola mentre cerco di direzionarla verso l’arrivo. Un concorrente mi passa mentre riparto, lo seguo, siamo quasi appaiati all’arrivo, ma mi precede di un paio di metri. Finalmente si va verso terra dove la maggior parte dei concorrenti guardano le tavole arrivare in spiaggia dopo aver tagliato il traguardo.
I compagni di squadra mi sono intorno, ho ancora un rivolo di sangue che mi esce dalla fronte, è il segno di una battaglia più che di una regata; poi strette di mano e congratulazioni, che condizioni estreme qui in Sud Africa!, la nota positiva è che sono uno dei 15 concorrenti su 40 della categoria master che ha partecipato alla prova e, finendo nei primi quattro, sono ora terzo in classifica generale dopo 8 prove di course race. Domani ci sarà lo slalom e ci sarà da divertirsi, per oggi il più è fatto, ripongo la tavola e le vele nella rastrelliera, complimentandomi con i miei compagni di regata che ancora gocciolanti lanciano un gesto di saluto. Un francese e un polacco mi precedono, mentre un neozelandese è a pari punti con me.
La sera c’è una cena offerta dall’organizzazione con barbecue e belle pietanze, un tavolo imbandito di verdure cotte e crude, patate arrosto, pollo e manzo alla brace e poi i dolci e i vini locali con i profumi e i sapori tipici del continente africano. La sera finisce con un brindisi alla prossima e ultima giornata di gara; la stanza del residence Mikonos è confortevole e ben arredata, la finestra dà sulla baia di Longebaan dove il vento sta esaurendo le sue ultime folate in una giornata difficile da dimenticare.
La mattina seguente è in programma lo slalom; le batterie sono da 8 concorrenti, passano i primi 4 per poi proseguire nella seconda heat fino alle semifinali e alle finali. Armo la 5.5 con il 260 con il quale il giorno prima ho preso un bel po’ di confidenza, il vento rimane sempre sui 28 nodi. La partenza è dalla spiaggia, con la tavola nella mano destra e il boma nella mano sinistra, la vela appoggiata leggermente sulla testa; eccoci sulla linea dove una cima lunga tutta la linea di partenza ferma l’avanzare dei concorrenti. Al via la cima cala e con un gesto veloce e preciso cerco di mettere la tavola nella giusta direzione per salire in piedi e partire il prima possibile; siamo in 8 e soltanto i primi 4 saranno i semifinalisti, parto bene in seconda posizione controllando strambate e velocità. Le sei boe giù dal vento (down wind) delimitano il percorso da fare. Alla penultima boa conservo la seconda posizione; dovrò fare molta attenzione nell’ultimo lato cercando di prendere la boa con una traiettoria precisa per non perdere troppa velocità. Così riparto verso il traguardo che riesco a tagliare passando il primo turno. Le semifinali saranno ancora più toste, dovrò partire meglio evitando possibili contatti con i miei avversari. Pronti, via si parte: la corda rossa cala sulla sabbia svolazzando sotto le raffiche di vento a 25 nodi, lancio la tavola davanti a me e ci salto sopra con un balzo pompando con la vela per cercare di planare velocemente. Parto bene e sono terzo alla prima boa, la mia tavola Drops 260 di 85 litri vola sull’acqua e rimango in scia dei primi due davanti a me; mantengo il controllo fino all’ultimo passando anche questa heat con mia grande gioia. Tra mezz’ora ci sarà la finale, saremo in 8, cercherò stavolta di posizionarmi sopravvento per non farmi coprire dai miei avversari; siamo sulla linea, un minuto al via, il cuore pompa nervosamente, tengo la tavola dritta mentre la vela mi spinge lateralmente sotto le raffiche del forte vento di SE. Ecco il segnale del via, il suono della tromba, la corda rossa cala… via dritto in acqua, parto super bene stavolta, sono in prima posizione con il francese che si avvicina sempre più mentre il neozelandese e il polacco sono poco dietro a circa 20 metri; la prima boa la passo senza problemi con una bella linea rimanendo primo fino all’ultima boa che vedo avvicinarsi velocemente. Mi allargo un po’ per cercare di chiudere la traiettoria al francese ormai attaccato a me; lui mi segue, inforco la curva strambando, ma per la troppa foga tocco con la spalla destra l’acqua e rallento per poi ripartire quando sia il francese che il neozelandese che il polacco mi passano proprio nell’ultimissimo lato. Così tagliamo il traguardo: il francese, il neozelandese, il polacco ed io in quarta posizione. Mi mangio le mani, avevo la vittoria dello slalom in mano azz… mi dovrò accontentare della quarta posizione overall mancando il podio per un solo punto dal polacco, ‘maiala lupa’. La nostra Alessandra Sensini finisce seconda dietro a Barbara Kendall, e la nostra squadra finisce con un onorevole quarto posto nella classifica mondiale del campionato IFCA 1995 svoltosi Langebaan, Città del Capo, Sud Africa.
Nel pomeriggio le premiazioni: il team Francia vince il campionato, seconda New Zealand e terza Polonia. La rituale premiazione è fatta di applausi e di medaglie, non c’è un montepremi in denaro, solo medaglie di vari metalli e un trofeo che viene alzato dal team francese.
Al mattino tutto è pronto per levare le tende, le tavole vengono riposte nelle loro sacche, io riconsegno la F2 Sputnik al ragazzo della scuola ringraziandolo e… pagandolo, le vele vengono sciacquate, asciugate e riposte nelle loro sacche, i boma e gli alberi vengono imballati per essere trasportati insieme alle borse con i vari accessori.
Rimango ancora qualche giorno a Città del Capo per altre sessione di wave a Big Bay; gli amici di lì, Riccardo Scarpellini, Fabrizio Trentini, Stefano Bia e Francesco De Vita sono sempre così disponibili ad aiutarmi per quello di cui ho bisogno; Francesco, per noi Francuzzo data la sua origine siciliana, mi accompagna all’aeroporto dove con un cenno della mano, dopo un abbraccio, lo saluto facendo hang loose e una strizzata d’occhio.
Il volo è lungo ma non troppo, mio padre viene a prendermi con la mia Polo che ha il portapacchi per caricare le mie tre tavole, cinque vele, quattro boma e quattro alberi per un peso totale di 50 kg.
L’abbraccio di mio padre Pietro, con il suo solito famigliare sorriso, mi accoglie nel migliore dei modi; il mio amico a quattro zampe Lillo nel sedile posteriore della macchina mi guarda di soppiatto avvicinandosi lentamente per una timida carezza; non scodinzola, come sempre quando torno dai viaggi, è un po’ arrabbiato con me, ma gli passerà presto appena saremo soli nella nostra casetta al Villaggio dei Pescatori, in Via Silvi Marina, 131. Nel mese di marzo ancora ci vuole il camino acceso e seduto davanti allo spettacolo del fuoco, semisdraiato sul divano con Lillo accanto, rivivo i momenti vissuti: mi viene la pelle d’oca, sono contento di essere qui a casa con Lillo e i miei amici accanto al mio mare, quello dove cui sono cresciuto e che è il luogo dove vorrei poi finire nel momento del mio passaggio. Mi scende una lacrima, una leggera malinconia, ma sono qui ora e me lo godo questo momento; lo scoppiettio della legna che arde, il rumore del mare che entra dalle finestre, la mia vita dedicata al vento e alle onde come molti di noi ‘omini neri’, vestiti di neoprene con le mani callose e le braccia forti per affrontare la vita ancora davanti a noi!!!

