In questa torrida estate, insieme all’amico Francesco Fabbrini ci siamo incontrati spesso per parlare di verde, di ecologia, di preservazione dei territori e delle strategie che si potrebbero mettere in campo per salvaguardare i nostri ecosistemi, sempre più sotto attacco e sempre più fragili.

Francesco, Dottore Forestale specializzato in ricerca ed ecologia forestale, mi ha aiutato a comprendere meglio ciò che mi sfuggiva quando parlo di ecologia e di tutela degli ecosistemi.  

Devo ringraziarlo: su molti punti è stato davvero illuminante. La riflessione generale ci ha portati a pensare al nostro territorio, anch’esso purtroppo sotto attacco. Siamo arrivati a parlare della nostra Pineta Monumentale, il vero cuore verde di Fregene e di Fiumicino.

Sono riflessioni, visioni e auspici che dovrebbero spingerci a ripensare alla gestione di questo enorme patrimonio: ricchezza, benessere, architettura, paesaggio naturale e quindi poesia.

Invitiamo tutti, e soprattutto i nostri amministratori, il Sindaco Baccini, l’Assessore all’Ambiente e chiunque sia interessato, a porre ora attenzione e a gettare le basi per non vedere questo meraviglioso capitale morire per sempre. È chiaro che non ci sono soluzioni facili e di attuabilità immediata, ma iniziamo a pensare a come vorremmo questo luogo che è la nostra casa, condividiamo con voi le nostre chiacchierate.

Fregene sta perdendo la sua anima. E noi continuiamo a guardare altrove. Ci sono luoghi che si riconoscono da un monumento, altri da una piazza, altri ancora dal mare. Fregene, per decenni, si è riconosciuta dai suoi alberi.
Chi ha avuto la fortuna di viverla negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta racconta una cittadina completamente diversa da quella che conosciamo oggi. Una distesa di pini domestici e lecci arrivava fino alla spiaggia, avvolgendo le poche ville immerse nella vegetazione. Le strade erano corridoi d’ombra, percorsi in bicicletta o a piedi, mentre il profumo della resina si mescolava alla salsedine. Non era semplicemente un paesaggio: era l’identità stessa di Fregene.
Al centro di questo patrimonio c’era la Pineta Monumentale, nata nel 1666 per volontà di Papa Clemente IX durante le opere di bonifica del litorale. Per oltre tre secoli quella pineta ha protetto il territorio, mitigato il clima e definito il carattere della località. Oggi, invece, rischia di diventare il simbolo di un patrimonio che stiamo lasciando morire nell’indifferenza generale.

Perché questo è il punto. Gli alberi non spariscono da un giorno all’altro. Spariscono un po’ alla volta, sotto i colpi delle motoseghe, delle autorizzazioni concesse senza una reale verifica, dei controlli mancati, dell’assenza di una visione politica capace di guardare oltre l’immediato.

La trasformazione urbanistica degli anni Settanta e Ottanta ha sicuramente segnato una svolta. Le lottizzazioni hanno progressivamente sostituito il verde con il cemento, riducendo gli spazi naturali e frammentando quello che era un ecosistema costiero unico. Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità al passato.

Il vero problema è il presente. Ogni anno assistiamo a nuovi abbattimenti di alberi nei giardini privati. Alberi spesso sani, eliminati perché sporcano, fanno ombra, richiedono manutenzione o sono ritenuti incompatibili con un giardino “moderno”. Al loro posto compaiono pavimentazioni, ghiaia, banani o, nella migliore delle ipotesi, qualche piccolo arbusto ornamentale. È una scelta privata, certo. Ma quando migliaia di scelte private producono un danno collettivo, la questione diventa inevitabilmente pubblica.

E proprio qui emerge la responsabilità delle istituzioni. Le norme esistono. Il D.P.R. n. 31 del 2017 e i regolamenti comunali prevedono, nei casi stabiliti, il reimpianto sostitutivo delle alberature eliminate. Quegli obblighi dovrebbero garantire che il patrimonio verde non diminuisca nel tempo. Eppure basta passeggiare per Fregene per chiedersi quanti di questi reimpianti vengano realmente verificati e quanti controlli vengano effettivamente svolti dopo il rilascio delle autorizzazioni.

Anche perché gli alberi non erano un semplice elemento decorativo. Nei progetti urbanistici originari e nei permessi di costruire costituivano parte integrante dell’insediamento edilizio. Le ville di Fregene nascevano immerse nella pineta, non accanto a giardini desertificati.

Oggi, invece, assistiamo a un paradosso. Mentre le estati diventano sempre più lunghe e siccitose per effetto del cambiamento climatico, continuiamo a eliminare proprio gli alberi che potrebbero mitigarne gli effetti. Poi ci rifugiamo nelle case climatizzate, aumentando consumi energetici e costi, come se il problema fosse inevitabile e non, almeno in parte, il risultato delle nostre scelte.

Non va meglio sul fronte del verde pubblico. La Pineta Monumentale sta lentamente scomparendo, e ciò che resta mostra evidenti segni di sofferenza. I pini del vivaio di Maccarese continuano a deperire. I viali alberati che collegano Fregene alla stazione di Maccarese, le piazze e numerose aree pubbliche appaiono ogni anno più spogli. L’asfalto accumula calore, le isole di calore urbano si intensificano e gli spazi pubblici diventano sempre meno vivibili proprio quando avrebbero maggiore bisogno dell’ombra degli alberi.

Tra le cause di questo declino, una delle più gravi è senza dubbio la diffusione della cocciniglia tartaruga del pino (Toumeyella parvicornis), il parassita che negli ultimi anni ha colpito duramente migliaia di pini del Centro Italia. Ma la presenza dell’insetto, da sola, non basta a spiegare la situazione. Il vero nodo è come viene affrontata. Il Decreto Ministeriale del 3 giugno 2021 stabilisce le misure fitosanitarie necessarie per contenerne la diffusione, ma tali interventi risultano efficaci solo se programmati con tempestività e ripetuti nel tempo. Quando i trattamenti endoterapici vengono eseguiti in ritardo, su piante già gravemente compromesse, o non vengono ripetuti secondo i protocolli previsti, il loro effetto si riduce drasticamente. E così, quella che poteva essere un’emergenza gestibile finisce troppo spesso per trasformarsi in una morte annunciata.

Basta osservare la gestione di molte ville storiche romane per capire che un’altra strada è possibile. Dove il patrimonio arboreo è considerato un bene da preservare e non un costo da sopportare, gli interventi vengono programmati, monitorati e ripetuti negli anni. Non è soltanto una questione di risorse economiche. È soprattutto una questione di priorità.

Ed è forse questa la riflessione più amara. Abbiamo ereditato un patrimonio naturale costruito nell’arco di secoli. Alberi che qualcuno ha piantato sapendo che non avrebbe mai goduto pienamente della loro ombra. Una lezione di lungimiranza che sembra appartenere a un’altra epoca. Noi, invece, sembriamo ragionare con l’orizzonte del prossimo fine settimana o della prossima stagione estiva. Un albero disturba? Si taglia. Una chioma richiede manutenzione? Si elimina. Un pino si ammala? Lo si sostituisce con un parcheggio o con qualche metro quadrato di pavimentazione.

Così facendo, però, non stiamo semplicemente perdendo degli alberi. Stiamo perdendo il paesaggio che ha reso Fregene diversa da qualsiasi altra località del litorale romano. Stiamo cancellando la sua memoria, il suo equilibrio ambientale e, in fondo, la sua anima.

La domanda che dovremmo porci non è quanti alberi siano già stati abbattuti. La vera domanda è un’altra: quando ci accorgeremo che, insieme a quei pini, abbiamo lasciato morire anche una parte della nostra identità?

Giuseppe Miccoli, Consigliere comunale Lista Civica Ezio