Alla seconda udienza del processo nell’Aula bunker di Rebibbia
Nell’aula Bunker di Rebibbia la seconda udienza del processo che vede Giada Crescenzi imputata per l’omicidio volontario di Stefania Camboni, uccisa con decine di coltellate. La difesa: stato dissociativo dell’imputata che non ricorda l’omicidio
L’accusa di omicidio da cui Giada Crescenzi si deve difendere davanti alla Terza sezione della Corte d’Assise di Roma ha più di un’aggravante: la premeditazione, la minorata difesa (visto che la vittima è stata colpita nel sonno) e l’abuso di relazioni domestiche e ospitalità.
Nel villino di via Santa Teresa di Gallura l’imputata si era da poco trasferita con il compagno, Francesco Violoni, guardia giurata, figlio di Stefania Camboni, la donna che, il 15 maggio, poco meno di un anno fa, è stata trovata morta in quella casa a Fregene.
I primi ad arrivare sulla scena del crimine sono stati i Carabinieri di Fregene. Ascoltati nella seconda udienza del processo con rito immediato a carico dell’unica imputata per quell’omicidio, hanno descritto quello che hanno trovato: il corpo senza vita della cinquantottenne, le decide di ferite da arma da taglio, incluse quelle sulle braccia e sulle mani, segno di un tentativo disperato della donna di difendersi dall’aggressione, sebbene fosse stata colta nel sonno. Tentativo fallito perché altre coltellate le sono state fatali, in particolare quelle al cuore e alla gola. Ma la vittima è stata raggiunta anche al viso e a una coscia.
Una scena disordinata, con oggetti sparsi alla rinfusa e numerose tracce ematiche ovunque. Una serie di prove che hanno progressivamente chiuso il cerchio e costituiscono ora la base dell’impianto accusatorio: le tracce di DNA sono state trovate su un paio di guanti in lattice, una maglietta insanguinata trovati in una busta vicino all’auto della vittima. E poi c’è quella che è ritenuta l’arma del delitto: un coltello da cucina, parte di un set che l’imputata aveva regalato al compagno, appassionato di cucina.
Nel corso della prima udienza la difesa di Crescenzi aveva chiesto una perizia psichiatrica per l’imputata, sostenendo che Giada soffrisse di un forte stato dissociativo che oggi le impedirebbe di ricordare con precisione quanto avvenuto la notte del delitto. Un passato segnato da violenza domestica e bullismo subito è quello che minerebbe le condizioni psichiche della donna che sarebbe per questo caduta in una dipendenza da psicofarmaci.
La perizia psichiatrica richiesta da Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli, avvocate della difesa, mira non tanto a sostenere l’incapacità dell’imputata di seguire l’iter processuale ma a dimostrare che la donna non era in grado di intendere e di volere la notte dell’omicidio. Una tesi che le legali cercheranno di far valere contro l’aggravante della premeditazione. Prossima udienza il 21 maggio.

