Si è tenuta questa mattina, 23 febbraio, la prima udienza del processo per l’omicidio di Stefania Camboni, la donna uccisa nella notte tra il 15 e il 16 maggio con 34 coltellate.

Giada Crescenzi, imputata e compagna all’epoca di Francesco Violoni figlio della vittima, era presente in aula. Le avvocate della difesa, Anna Maria Anselmi e Anna Maria Cappelli, hanno presentato la richiesta di una perizia psichiatrica per dimostrare lo stato dissociativo da cui sarebbe affetta l’imputata.

“Giada Crescenzi – ha dichiarato l’avvocato Anselmi – non ricorda nulla di quello che è successo quella notte e presente una condizione di dissociazione dalla realtà. Ha fatto delle ricostruzioni successive molto diverse fra loro, con lacune significative su tutto quello che era avvenuto quella notte”.

“Alla convalida del fermo – ha aggiunto Anna Maria Cappelli – Giada non ricordava nulla, addirittura era assente, non capiva chi fosse, cosa stesse facendo e perché era lì”.

Secondo l’avvocato Massimiliano Gabrielli, difensore della famiglia Camboni, la versione di un dissociamento e incapacità della Crescenzi nell’immediatezza del delitto, contrasta in modo evidente con tutte le dichiarazioni che ha reso nell’immediatezza al Pubblico Ministero la notte dopo il delitto. “L’imputata – ha spiegato Gabrielli – ha reso dichiarazioni circostanziate, sostenendo di non aver sentito nulla e di aver scoperto il cadavere solo la mattina quando Francesco Violoni è rientrato dal lavoro”.

“Secondo le tesi difensive – ha proseguito – Giada Crescenzi avrebbe improvvisamente perduto la memoria e quindi, in modo dissociato, non si sarebbe resa conto dove si trovasse. Si sarebbe poi avvalsa della facoltà di non rispondere davanti al Gip, per poi ritrovare la memoria e accusare dettagliatamente Francesco come autore dell’omicidio. Tuttavia, i particolari forniti contrastano cronologicamente con elementi oggettivi e la incriminano”.

Ricordiamo ­– dichiara l’avvocato dell’accusa – che la Crescenzi ha pulito l’arma del delitto, ha pulito il luogo e ha portato fuori dall’abitazione il coltello con cui aveva ucciso Stefania, quindi ha avuto una progettualità sia prima sia nel depistaggio delle sue azioni”.

“Riteniamo quindi – conclude Gabrielli – che non ci sia spazio per la strategia della difesa, è ovviamente una carta che in processi come questi per omicidio volontario, dove si fronteggia la pena dell’ergastolo, quasi sempre le difese tentano di giocare, ma in questo caso ritengo che ci siano degli spazi assolutamente ristretti per esplorare questa eventualità”.

Il tribunale si è riservato di decidere sulla richiesta di perizia psichiatrica. La prossima udienza è stata fissata per il 14 aprile.