È proseguito  giovedì 21 maggio presso l’Aula bunker di Rebibbia, con la terza udienza, il processo a carico di Giada Crescenzi, la 31enne rinviata a giudizio con rito immediato per l’omicidio di Stefania Camboni, avvenuto a Fregene, assassinata con decine di coltellate la notte del 15 maggio dello scorso anno.

C’era attesa per la testimonianza dell’ex compagno di Giada Crescenzi, Francesco Violoni, che in aula ha ripercorso quella notte, dove secondo le ricostruzioni è rientrato dal lavoro, ha trovato la porta di ingresso socchiusa, la casa messa a soqquadro e la madre morta nella sua stanza. “Dissi a Giada andiamo dai Carabinieri – racconta Violoni  in uno dei passaggi – e lei mi  rispose ‘sei sicuro di quello che stiamo facendo?’ E io le dissi ‘certo che sono sicuro, è entrato qualcuno’”.

“Violoni – commenta il suo avvocato, Massimiliano Gabrielli –  è quattro volte vittima: per aver perso la madre, per aver portato l’assassina in casa, per aver perso la sua compagna di vita e per essere stato dalla stessa accusato. La Crescenzi l’ha trucidata per un pezzo di pizza e per il volume alto del telefonino. Punteremo a far riconoscere altre due aggravanti finora non contestate: la crudeltà e i futili motivi”.